Il disturbo bipolare in famiglia

Bipolare

Il disturbo bipolare è un disturbo dell’umore estremamente eterogeneo che può prevedere l’alternanza di stati depressivi e maniacali/ipomaniacali che si associano in specifici sottotipi. Spesso si manifesta in comorbilità con altri disturbi ed è presente un significativo rischio di suicidio. Quando si fa diagnosi di disturbo bipolare è importante valutare le conseguenze della malattia sull’intera famiglia poichè i familiari possono trovarsi inseriti in circoli viziosi dannosi per il paziente e per gli altri componenti. Il paziente con disturbo bipolare può manifestare comportamenti ostili ai quali i familiari reagiscono male; durante tali discussioni spesso si perde di vista il problema specifico di cui si stava discutendo. Si finisce per gridare le proprie ragioni per cercare di “vincere la lotta”, ma diventa subito chiaro che si tratta di una vittoria “amara”, che non comporta alcuna soddisfazione o miglioramento. Questo è un aspetto fondamentale su cui lavorare poiché i problemi irrisolti a lungo andare deteriorano le relazioni; infatti nelle famiglie in cui è presente un paziente con disturbo bipolare le probabilità di divorzio risultano molto alte. È vero che le fluttuazioni dell’umore possono mettere a dura prova chi vive accanto al paziente, ma i comportamenti problematici che egli manifesta non solo deliberati bensì espressione del disturbo ed un clima di disprezzo non aiuta a costruire un migliore adattamento per il paziente e per la coppia. Per favorire la riduzione dello stress intrafamiliare è importante sviluppare le capacità di comunicazione assertiva, di ascolto attivo e di problem solving, in modo che gli “scontri” si trasformino in occasioni di riflessione; che i confronti permettano di risolvere un problema in maniera stabile piuttosto che vederlo ripresentarsi continuamente. È fondamentale che la coppia possa diventare una “squadra” che contrasta la malattia. Si tratta di un percorso faticoso, ma il coinvolgimento della famiglia nel trattamento dei pazienti bipolari rappresenta una risorsa che ha un impatto estremamente positivo sulle condizioni di vita.

Bibliografia
Newman – Leahy – Beck – Reilly Harrington – Gyulai. (2012). Il disturbo bipolare – Un approccio terapeutico cognitivo. Giovanni Fioriti Editore.

Addiction

Addiction
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Sempre più spesso si sente parlare di dipendenza patologica (Addiction), tale termine deriva dal latino “addictus”, ossia un individuo che diveniva servo fino all’estinzione di un debito.

Le dipendenze patologiche sono le cosiddette “nuove dipendenze” caratterizzate da un rapporto anomalo con un oggetto che può essere internet, lo sport, il sesso, i rapporti sentimentali, il lavoro, il cibo, lo shopping. Il rapporto con l’oggetto in questione genera un progressivo restringimento ed impoverimento degli ambiti di vita dell’individuo. Tali addiction sono difficili da identificare poiché non vi sono dei criteri specifici e quantificabili che definiscono l’inclusione o meno di un individuo in una di queste categorie; i criteri identificativi si riferiscono piuttosto a determinate condizioni psicologiche di tolleranza delle emozioni negative, impulsività, metacognizione e ricerca della gratificazione.

Queste forme di addiction richiedono un trattamento complesso poiché ci si riferisce ad attività che fanno parte della nostra quotidianità, per cui determinate regole non si possono impostare, come l’eliminazione di contatti con l’oggetto o la situazione implicata nella dipendenza.

Per esempio, se una persona presenta una dipendenza dal lavoro non potrà certo smettere di lavorare. Dunque, si sposta l’attenzione terapeutica dall’oggetto della dipendenza al rapporto che l’individuo instaura con esso.

Sulla base di quanto detto diventa chiaro che l’intervento terapeutico sarà focalizzato sulla rimodulazione del legame tra l’individuo e l’oggetto/situazione di dipendenza, in direzione di un arricchimento in termini quantitativi e qualitativi degli ambiti di vita.

Bibliografia
Caretti V., La Barbera D. (2005). Le dipendenze patologiche. Clinica e psicopatologia. Raffaello Cortina Editore.
Rosenberg K.P., Feder L.C. (2014). Dipendenze comportamentali: Criteri, evidenze, trattamento. Adra Masson.

Il Co-sleeping

Mamma posso dormire con voi?

Fino ai tre anni d’età è comune che i bambini chiedano di dormire con i genitori. Ciò avviene perché andare a dormire rappresenta una separazione e quindi facilita l’attivazione dei comportamenti di attaccamento finalizzati a recuperare la vicinanza con la figura di attaccamento. Il modo in cui i genitori reagiscono alla richiesta del bambino di dormire nello stesso letto può dipendere da diversi fattori come il contesto culturale, le relazioni familiari, l’età del bambino o la presenza di un evento di vita destabilizzante. Spesso si ricorre al cosleeping (letteralmente “dormire insieme”) per cercare di regolarizzare il sonno del bambino, perché magari vi sono numerosi risvegli notturni oppure difficoltà dell’addormentamento, non considerando che il processo di regolazione del ritmo sonno-veglia è un processo fisiologico normalmente lento.

Diversi studi mostrano che questa abitudine può mantenere la difficoltà del bambino ad addormentarsi da solo quando diventa un po’ più grande. Il cosleeping può verificarsi anche per cercare di arginare la presenza di paure del bambino o dei genitori, ma nel caso in cui il dormire nello stesso letto si dovesse protrarre proprio per gestire queste paure sarebbe indicato sostituire questa modalità con una strategia più efficace per affrontarle. Il cosleeping non è indice di patologia ma se protratto oltre i 4-5 anni può essere un “campanello d’allarme” che dovrebbe orientare il terapeuta ad indagare la presenza di difficoltà internalizzanti del bambino o eventuali timori genitoriali che in sede terapeutica vanno evidenziati e trattati.

Bibliografia
Patrizi C, Semeraro V, Bilotta E, Salvi E, Isola L. (2014). Relazione tra abitudini legate al sonno e psicopatologie dello spettro internalizzante in bambini di età scolare: uno studio correlazionale. Quaderni di Psicoterapia Cognitiva.
Bilotta E, Semeraro V, Salvi E, Carpinelli L, Castellani V, Pizzonia G, Patrizi C, Isola L. (2013). Ti racconto perché dormiamo tutti insieme: uno studio sul fenomeno del coosleeping. Cognitivismo Clinico, vol 10, n.2.

Disturbo evitante di personalità


“Marta puoi andare a comprare il latte?”
“No, non posso. ”.

Nella mente di Marta si affollano tanti pensieri: ‘se esco gli altri mi guarderanno e mi giudicheranno male, poi nel negozio non sarò capace di parlare con il commesso, mi si imbroglieranno le parole e lui penserà che sono stupida. Mi vergogno, non sono capace di fare nulla; ieri non sono riuscita neanche ad andare al compleanno di Maria per l’ansia degli altri, ci sarà rimasta molto male. La scorsa settimana non sono riuscita a telefonare all’agenzia per candidarmi per il lavoro, avevo il cuore a mille e le parole bloccate in gola. Sono proprio un’inetta.’

Marta ha un Disturbo evitante di personalità, è inibita sul piano sociale sulla base del timore di giudizio e manifesta un pericoloso isolamento, risultano compromesse le relazioni interpersonali e la sfera lavorativa. Marta crede che gli altri svilupperanno sicuramente, nei suoi confronti, un giudizio critico e rifiutante, quindi evita i contatti sociali. Nelle occasioni in cui non riesce ad evitare gli altri, il suo comportamento sarà influenzato dalle idee di inadeguatezza personale e dalla previsione di giudizio negativo altrui per cui è possibile che effettivamente possa suscitare qualche sguardo interrogativo. Marta considererà questo episodio come una conferma del suo essere diversa, inferiore e rifiutata. Ciò alimenterà le sue idee, cronicizzando il suo isolamento.

Questo è uno dei circoli viziosi in cui Marta cade e che non riesce a cogliere né a modificare. Durante la psicoterapia Marta imparerà a conoscere i cicli interpersonali in cui cade e ad interromperli, recupererà la fiducia in sé stessa e una vita personale, sociale e lavorativa appagante.

Bibliografia essenziale:
Dimaggio G, Semerari A. I disturbi di personalità. Modelli e trattamento.(2003) Laterza.

La Fibromialgia

La Fibromialgia

La fibromialgia è caratterizzata da intenso dolore muscolo-scheletrico diffuso a tutto il corpo, disturbi cronici del sonno, affaticamento e difficoltà di concentrazione. Spesso è associata ad ansia o depressione e il suo andamento è influenzato dal livello di stress a cui la persona è sottoposta. Le cause scatenanti non sono chiare, ma si ipotizza l’influenza di eventi traumatici di tipo fisico e psichico nella sua insorgenza. La fibromialgia è una malattia che può incidere pesantemente sul lavoro, sulle relazioni e sulla percezione delle proprie capacità di fronteggiare le difficoltà quotidiane.

Quali sono i trattamenti indicati per questo problema che invade sia la sfera fisica che quelle psichica e sociale dell’individuo?

Gli interventi terapeutici previsti sono ascrivibili a tre tipologie di trattamento:

Cura della salute fisica, tramite la rieducazione del paziente in  direzione di uno stile di vita salutare.

Trattamento farmacologico.

Intervento psicoterapeutico cognitivo-comportamentale. A tal proposito Paul Grossman ha verificato, su un campione di 58 donne affette da fibromialgia, l’effetto di un programma di riduzione dello stress basato sulla mindfulness della durata di otto settimane. Le donne sottoposte a tale trattamento hanno mostrato un significativo miglioramento della sintomatologia e della qualità di vita rispetto al gruppo di controllo. L’aspetto ancora più interessante è che tale effetto si è mantenuto anche a distanza di tre anni, mostrando, dunque, un esito positivo a lungo termine di questo tipo di intervento.

Bibliografia essenziale:
Grossman P. Tiefenthaler-Gilmer U. Raysz A. Kesper U. Mindfulness Training as an Intervention for Fibromyalgia: Evidence of Postintervention and 3-Year Follow-Up Benefits in Well-Being Psychother 232 Psychosom 2007;76:226–233.
http://www.amrer.it/download_documenti/linee-indirizzo-fibromialgia-2018-1.pdf

L’Ortoressia

L'ortoressia

L’ortoressia consiste nell’attenzione estrema per il cibo biologicamente puro. Nasce verso la fine degli anni’ 80 e si diffonde sotto forma di pratiche alimentari restrittive considerate portatrici di benessere e guarigione. Ci si può avvicinare a tale stile alimentare con l’obiettivo di migliorare le condizioni di salute per poi sfociare in un’attenzione ossessiva alla fonte del cibo e ai processi di preparazione e confezionamento dello stesso, che conducono ad accettare una ristretta tipologia di alimenti. Questo comportamento può condurre, paradossalmente, a carenze alimentari potenzialmente pericolose per la salute. La rigidità nei confronti delle regole alimentari da seguire fa sì che gli ortoressici sperimentino spesso rabbia e frustrazione se gli viene impedito di seguire una regola alimentare, e senso di colpa se la infrangono volontariamente. Provano frequentemente l’emozione del disgusto poiché la purezza del cibo non corrisponde al proprio standard. Inoltre gli ortoressici manifestano spesso un atteggiamento di condanna nei confronti di chi adotta uno stile alimentare diverso dal proprio, ciò può favorire un importante restringimento delle relazioni sociali.

Perchè nasce l’ortoressia?

L’ortoressia si svilupperebbe per ridurre il senso di imprevedibilità della vita attraverso il cibo che rappresenta un elemento tangibile facile da controllare. Inoltre, l’attenzione al cibo sano si collega ad un’idea di allungamento dell’arco di vita e quindi ad un tentativo di contrasto dei temi di morte. Infine, il cibo può anche essere utilizzato per conoscere e definire sé stessi sulla base di ciò di cui ci si alimenta, in questo modo diventa un fattore fondamentale per definire la propria identità.

Chi colpisce?

Secondo il Ministero della Salute per i disturbi alimentari, in Italia, tale problema colpisce circa 300.000 persone e si manifesta con maggiore probabilità negli uomini piuttosto che nelle donne.

Bibliografia essenziale:
Bratman S, Knight D (2000). Health food junkies. Orthorexia Nervosa: Overcoming the Obsessionwith Healthful Eating. Broadway Books, NewYork. 
L.M. Donini, D. Marsili, M.P. Graziani, M. Imbriale, and C. Cannella, Orthorexia nervosa: A preliminary study with a proposal for diagnosis and an attempt to measure the dimension of the phenomenon, Eating and Weight Disorders, Vol. 9 (2), pp. 151 (2004) 
Garano C, Dettori M, Barucca M (2016). Ortoressia e Vigoressia: due nuove forme di fanatismo?. Cognitivismo Clinico, vol 13 n.2.

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