Il Co-sleeping

Mamma posso dormire con voi?

Fino ai tre anni d’età è comune che i bambini chiedano di dormire con i genitori. Ciò avviene perché andare a dormire rappresenta una separazione e quindi facilita l’attivazione dei comportamenti di attaccamento finalizzati a recuperare la vicinanza con la figura di attaccamento. Il modo in cui i genitori reagiscono alla richiesta del bambino di dormire nello stesso letto può dipendere da diversi fattori come il contesto culturale, le relazioni familiari, l’età del bambino o la presenza di un evento di vita destabilizzante. Spesso si ricorre al cosleeping (letteralmente “dormire insieme”) per cercare di regolarizzare il sonno del bambino, perché magari vi sono numerosi risvegli notturni oppure difficoltà dell’addormentamento, non considerando che il processo di regolazione del ritmo sonno-veglia è un processo fisiologico normalmente lento.

Diversi studi mostrano che questa abitudine può mantenere la difficoltà del bambino ad addormentarsi da solo quando diventa un po’ più grande. Il cosleeping può verificarsi anche per cercare di arginare la presenza di paure del bambino o dei genitori, ma nel caso in cui il dormire nello stesso letto si dovesse protrarre proprio per gestire queste paure sarebbe indicato sostituire questa modalità con una strategia più efficace per affrontarle. Il cosleeping non è indice di patologia ma se protratto oltre i 4-5 anni può essere un “campanello d’allarme” che dovrebbe orientare il terapeuta ad indagare la presenza di difficoltà internalizzanti del bambino o eventuali timori genitoriali che in sede terapeutica vanno evidenziati e trattati.

Bibliografia
Patrizi C, Semeraro V, Bilotta E, Salvi E, Isola L. (2014). Relazione tra abitudini legate al sonno e psicopatologie dello spettro internalizzante in bambini di età scolare: uno studio correlazionale. Quaderni di Psicoterapia Cognitiva.
Bilotta E, Semeraro V, Salvi E, Carpinelli L, Castellani V, Pizzonia G, Patrizi C, Isola L. (2013). Ti racconto perché dormiamo tutti insieme: uno studio sul fenomeno del coosleeping. Cognitivismo Clinico, vol 10, n.2.

Disturbo evitante di personalità


“Marta puoi andare a comprare il latte?”
“No, non posso. ”.

Nella mente di Marta si affollano tanti pensieri: ‘se esco gli altri mi guarderanno e mi giudicheranno male, poi nel negozio non sarò capace di parlare con il commesso, mi si imbroglieranno le parole e lui penserà che sono stupida. Mi vergogno, non sono capace di fare nulla; ieri non sono riuscita neanche ad andare al compleanno di Maria per l’ansia degli altri, ci sarà rimasta molto male. La scorsa settimana non sono riuscita a telefonare all’agenzia per candidarmi per il lavoro, avevo il cuore a mille e le parole bloccate in gola. Sono proprio un’inetta.’

Marta ha un Disturbo evitante di personalità, è inibita sul piano sociale sulla base del timore di giudizio e manifesta un pericoloso isolamento, risultano compromesse le relazioni interpersonali e la sfera lavorativa. Marta crede che gli altri svilupperanno sicuramente, nei suoi confronti, un giudizio critico e rifiutante, quindi evita i contatti sociali. Nelle occasioni in cui non riesce ad evitare gli altri, il suo comportamento sarà influenzato dalle idee di inadeguatezza personale e dalla previsione di giudizio negativo altrui per cui è possibile che effettivamente possa suscitare qualche sguardo interrogativo. Marta considererà questo episodio come una conferma del suo essere diversa, inferiore e rifiutata. Ciò alimenterà le sue idee, cronicizzando il suo isolamento.

Questo è uno dei circoli viziosi in cui Marta cade e che non riesce a cogliere né a modificare. Durante la psicoterapia Marta imparerà a conoscere i cicli interpersonali in cui cade e ad interromperli, recupererà la fiducia in sé stessa e una vita personale, sociale e lavorativa appagante.

Bibliografia essenziale:
Dimaggio G, Semerari A. I disturbi di personalità. Modelli e trattamento.(2003) Laterza.